
Rinchiusi tra le mura della nostra quotidianità repressa ed esclusi dalla considerazione dovuta alla condizione umana,negati alla società civile e da essa separati come un corpo infetto,troviamo scampo nella schiavitù della nostra detenzione. Dalla nostra postazione osserviamo “ un Paese senza verità” (Sciascia),privo di pietà o meglio destinato ad una pietà sospetta e senza speranza,osserviamo i maneggi delle lobbie di potere ammantate di superiorità morale e i loro figli recitare la mistificazione di battaglie ideali che nascondono lotte di interessi privati senza esclusione di colpi.
Osserviamo un Paese separato da un vallo che divide i poteri forti e i loro ascari ,dai pari e ai quali sono date in pasto verità addomesticate. E proprio i campioni di questo mondo degli ultimi hanno messo a nudo la cialtrona vocazione dello Stato a fare casta e ad esercitare la severità sui più deboli,i suoi sodali di un tempo,gli antichi epigoni di una cultura senza regole che hanno trasferito sullo Stato la loro arroganza: i mafiosi privati del loro status di cittadini! Contro di loro,residui di un tempo sciagurato ,paradigmi di un mondo che hanno condotto alla rovina,dannati di una terra di nessuno in cui il diritto non ha patria,contro di loro la viltà di un tempo è diventata la inflessibile severità dei rinsaviti sacerdoti della legalità che sgomitano facendo a gara nel rivendicare la loro intransigenza evocando la figura del”prete ascetico” del “Crepuscolo degli idoli”(Nietzsche) .
<< Quello è un conoscitore di uomini:a che scopo in realtà egli studia gli uomini? Vuole arraffare piccoli vantaggi su di loro,o anche grandi,è un politico …anche quell’altro è un conoscitore di uomini e voi dite che non vuole nulla per sé,che è un grande “impersonale”.Guardate meglio! Forse vuole addirittura un vantaggio anche peggiore :sentirsi superiore agli uomini,poterli guardare dall’alto,non confondersi più con loro. Questo “impersonale” è uno che disprezza gli uomini …>> Ai sacerdoti del nuovo mondo è affidata la difesa del Palazzo in cui i dibattiti sono il noioso copione di sempre recitato nel teatrino delle ovvietà ammannite dai soliti noti che scodinzolano tenendo d’occhio il gradimento del padrone.
Ai cortigiani dei compiacenti giornali di regime spetta il compito di cavalcare la deriva giacobina dell’opinione pubblica incitandola alla lapidazione e drogandola con notizie di comodo fatte filtrare sapientemente,di ascrivere alla categoria dell’irredimibile cancro sociale: i mafiosi (“vibrioni del colera” e “batteri della meningite” F.sco Merlo), di irridere alle aspirazioni dei detenuti ai quali non si perdona la pretesa di coltivare , nonostante tutto, la speranza e sentirsi vivi e sfidare il loro destino con il conseguimento di obiettivi culturali, dai cortigiani guardati con sospetto e liquidati come incorreggibile narcisismo,come spia di una ontologia criminale senza speranza (Giustolisi). Questi cortigiani provocano nella speranza di guadagnarsi lo status di martiri facendo di un mondo in disfacimento la vetrina di sfide a buon mercato produttive di rendite di posizione.
Agli intrepidi cavalieri della crociata contro la mafia spetta il compito di buttare con l’acqua il bambino,liquidando l’eredità del diritto occidentale e i suoi principi basilari: la presunzione di innocenza, la responsabilità soggettiva, la certezza del reato! Il dubbio un tempo pro reo, oggi si ritorce contro il reo,l’appartenenza ad un contesto di valori eticamente censurabili, ma che non hanno fatto in tempo a tradursi in atti penalmente rilevanti, è considerata reato e come tale perseguita, la certezza della prova è sostituita dal libero arbitrio (pardon, convincimento) del giudice e la presunzione di innocenza si arrende impotente alla prospettiva di espiare la pena prima della pronuncia definitiva dei giudici.
Ai lividi esecutori dell’ottusa severità dello Stato spetta il compito di gridare al lupo e invocare pene sempre più severe occultando la tragedia di uomini murati vivi nell’infamia del 41 bis, erranti per carceri invivibili alla ricerca delle ragioni di esistenze senza più ragioni, che in carcere ci vivono e ci muoiono disperati, che, dopo decenni, sono diventati ciascuno una particolarissima storia di sofferenza avulsa dal contesto originario, di affetti sradicati, di cervelli spappolati da anni, mesi, giorni sempre uguali, di infelici che convivono con “il pensiero onirico latente” di quell’infido appuntamento estremo che è il suicidio, di innocenti ai quali si infligge assieme alla pena per le loro colpe , l’odio per quello che essi rappresentano, di vittime della tanto invocata certezza della pena che spesso è certa quanto è incerta la colpa.
Un alto magistrato, in visita a una scolaresca, ha chiesto retoricamente quale sia la giusta scelta tra la mafia e lo Stato, dimenticando di precisare di quale Stato parliamo. Se parliamo di questo Stato che ha scelto di privilegiare la sicurezza piuttosto che la giustizia ed ha fatto strame del diritto, di uno Stato teatro di stragi senza colpevoli, di vittime illustri messe nel conto di una sprovveduta manovalanza mafiosa cui è concessa l’illusione di partecipare ad un gioco più grande, se queste povere vittime possono essere impunemente e impudentemente issate sulle barricate di virtuose crociate dai loro stessi carnefici, da quei mandanti che si annidano nelle Istituzioni, se parliamo di lodi che tutelano i soliti fortunati e di provvedimenti come il 41 bis che affliggono i soliti sfortunati e che lo stesso ministro Alfano ha, senza ritegno, definito ai limiti della Costituzione, se parliamo di proclami deliranti di personaggi istituzionali che non esitano a preconizzare la morte in carcere e in povertà dei mafiosi, con ciò preconizzando la morte del diritto cui viene attribuito il compito di punire la potenza anziché l’atto, il peccato anziché il reato, un modo d’essere per il solo torto d’essere, negando ogni alternativa ad uomini cui la stessa Costituzione concede la pietà del riscatto, se parliamo di una Italia che è nel mirino della Corte Europea dei diritti dell’uomo e che ha fatto dichiarare al suo presidente, Jean Paul Casta: << Ancora per l’Italia la Corte ha sollevato dubbi sul frequente ricorso alla detenzione in isolamento di condannati per reati gravi come l’associazione mafiosa, con pesanti rischi per la salute psichica del carcerato >>, se parliamo di un’Italia in cui i pensionati sono scippati dei risparmi di una vita e giungono all’appuntamento con il loro crepuscolo vivendo l’angoscia della sopravvivenza, in cui la soglia della povertà è varcata da una percentuale sempre maggiore dei suoi cittadini, famiglie in crescenti difficoltà economiche stentano a giungere all’ultima settimana del mese e via via alla penultima e alla terzultima, in cui uomini che hanno avuto una loro dignità sono ridotti a frugare tra i rifiuti alla ricerca di ciò che può essere ancora riciclato e i luoghi di lavoro sono diventati trincee dove ogni giorno, per tre volte al giorno, le campane rintoccano a morte, se è questa l’Italia di cui parliamo, parliamo di una Italia che si è chiamata fuori dal consorzio civile e allora la scelta tra mafia e Stato non è così scontata egregio dottore Grasso.
E noi ultimi di questa Italia, pur segnati dalle nostre storie, arretriamo confusi, ripieghiamo su noi stessi e ci rifugiamo nella nostra schiavitù, nelle nostre consuetudini rassicuranti, al riparo dalle illusioni di una libertà perduta e riconquistata nelle atmosfere surreali della nostra dimensione pneumatica.
E’ qui che nascono uomini nuovi che popolano mondi antichi in cui le categorie del tempo, dello spazio, delle relazioni sono rifondate e vissute “stringendo i denti e reinventando la dignità” (Josè Saramago) o perdendola del tutto sotto l’incalzare di una normalità ovattata e rassegnata .
Grazie alla schiavitù della detenzione ci risparmiamo l’espiazione di una condanna alla vita.
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